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domenica, 16 maggio 2004
CONVEGNO ISTITUTO BRUNO LEONI, segnalazione
Istituto Bruno Leoni International Council for Capital Formation
organizzano il convegno
PIU' ENERGIA PER TUTTI Il libero mercato, antidoto ai blackout
Sabato 22 maggio 2004 - Ore 10,30 Palazzo delle Stelline - Sala E Corso Magenta 61, Milano
Programma dei lavori
Saluti: Alberto Mingardi (IBL)
Prima sessione: "L'energia del futuro" Intervengono: John Moroney (Texas A&M) Ernesto Pedrocchi (Università di Milano) Ugo Spezia (Associazione Italiana Nucleare)
Buffet lunch
Seconda sessione: "Un mercato per l'energia" Intervengono: Enrico Colombatto (Università di Torino) Benedetto Della Vedova (Parlamentare europeo) Peter Kaznacheev (consigliere economico dell' Amministrazione del Presidente russo)
Chairman: Carlo Stagnaro (IBL)
Conclusioni: Margo M. Thorning (ICCF)
Si ringrazia per la collaborazione 21mo Secolo.
giovedì, 13 maggio 2004
Organismi geneticamente modificati
Cari amici, come sapete nei giorni scorsi Greenpeace si è resa responsabile di alcuni gesti violenti motivati dall'avversione pregiudiziale agli ogm. Sul tema ho scritto un pezzo per il quotidiano Libero e ho ricevuto, tra le altre email, quella di una giovane studentessa, che copio qui di fila. Mi piacerebbe sentire i vostri commenti, soprattutto alla luce del fatto che, ovviamente, questo genere di reazioni sono la cartina al tornasole delle cose che vengono insegnate nelle università.
Salve sono una giovane studentessa , e sett laureata, in scienze e tecnologie dell'alimentari. mi piacerebbe sapere se lei ha una vaga idea di cosa sia esattamente un ogm, ovvero un ORGANISMO MODIFICATO GENETICAMENTE. Posso convenire con lei sul fatto che greenpeace abbia metodi come dire, poco ortodossi, ma non riesco proprio a capire come si faccia ad iniziare un articolo sugli ogm con: " L'ANTIPATIA DEGLI AMBIENTALISTI PER LE COSE CHE RENDONO LA VITA PIU' BELLA E' UNA STORIA VECCHIA....." Proseguendo le mi paragona un camion di carta riciclata ad un organismo modificato geneticamente- Quelli che lei definisce DELINQUENTI PREOCCUPATI PER LE SORTI DEL MONDO badano anche alla salute dei suoi figli piccoli se ha o se ne deve ancora avere- Qui non si parla di bloccare il disboscamanto dell'amazzonia piuttosto che limitare la circolazione ai veicoli durante il sabato , qui si parla di cibi che lei mangia quptidianamente dal 1950, che sono stati modificati nel loro cuore, o meglio nel loro DNA. Non si trinceri dietro il fatto che la modificazione dei cibi PORTA OCCUPAZIONE, PERCHE' LE GARANTISCO CHE IL SEMPLICE OPERAIO DI CODICI O FILAMENTI E REPLICAZIONI DI DNA NON NE CAPISCE ASSOLUTAMENTE NULLA- E' vero si che i prodotti ogm sfamano il mondo, ma le sembra giusto non poter piu' scegliere tra un cibo modifica e uno no, perche' a prescindere ormai e' tutto MODIFICATO- Forse le sfugge un particolare che vorrei tanto ricordarle: le mucche, meglio note col nome di vacche, non sono piu' erbivore, ma carnivore, neanche quelle da latte- i poveri pesci sono anche loro carnivori- In sostanze i normali cicli di vita di animali che noi consumiamo abitualmente, non sono piu' li stessi- Lei forse non sa che una pannocchia di mais americana riesce a sopravvire agli attacchi infestanti di locuste, senza essere divorata. La locusta muore: come puo' succedere? La mia tesi volge per l'appunto sugli alimenti modificati geneticamente Perche' secondo lei nessuno si assume la responsabilita' di affermare completamente che i cibi geneticamnete modificati fanno bene? QUINDI mi sembra di capire che se le dovesse nascere un figlio con gli occhi blu, lei e' favorevole alla manipolazione dell'iride e cambiargli come per magia il colore in verde smeraldo- SE POSSO permettermi le potra' darmi sicuramnete lezioni suul'arte dello scrivere un articolo in 1000 parole, ma il campo alimentare creda a me non e' proprio il suo forte- Sarebbe stato meglio un semplice commento all'accaduto, perche' tra le righe si capisce che poco sa di cosa significhi veramante creare e manipolare un cibo- Posso farle un'altra domanda? lei e' contento del sapore dei pomodori da insalata che compra magari all'esselunga? Di certo no, ne piu' che sicura- Modificare geneticamnete i cibi e' un po' come apprezzare gli esperimenti che venivano fatti nei campi nazisti sulla razza arina piuttosto che altro. Bisogna cercare di riscoprire la genuinita', l'essenzialita' e l' unicita' dei prodotti e non solo- Oramai e' impossibile anche il solo pensiero- Non posso completamente affermare di essere contraria alla moficazione degli alimenti nella totalita' del termine, di sicuro finche' nessuno con dati alla mano mi provera' che nulla fanno al nosrto organismo, continuero' a pensarla in questo modo- Come fa lei ad essere cosi' sicura che transgenico e' BELLO piuttosto che SALUTARE- TRANS e' lo spostamento dei vari gruppi presenti, sulla catena di un composto "chimica Organica" CIS e' la posizione medesima dei gruppi presenti di un composto. Se vuole le posso mandare allegati con prove in vitreo molto interessanti- La prossima volta, prima di parlare di modificazione genetica degli alimenti, venga nella facolta' di Milano di Agraria e vedra' che cosa le verra' risposto e quindi argomentato- Spero di ricevere al piu' presto una sua risposta a questa mia mail- Grazie per l'attenzione prestata, spero di non averla tediata piu' di tanto e di non aver fatto errori grossolani-
sabato, 01 maggio 2004
Il fatto è che, in generale, non c'è nessuna differenza (sotto il profilo della sicurezza) tra un prodotto che contiene ogm e uno che non ne contiene. Di conseguenza, in generale, questa non è un'informazione che il consumatore "desideri" avere. Oggi la situazione è diversa perché da anni siamo soggetti a una feroce propaganda anti-ogm, che ha scatenato una sorta di fobia. Quindi il consumatore, razionalmente, chiede di conoscere questa informazione e decidere di conseguenza. Ma se tale è la domanda che emerge dal mercato, le imprese hanno un incentivo a farlo senza bisogno di obblighi di legge. Peraltro, alcune imprese lo fanno già: cercano di trarre profitto dall'opinione pubblica pubblicizzando il fatto che i loro prodotti sono ogm free. La legge è dunque inutile sotto questo profilo; è solo una manifestazione dell'avversione ideologica di certi settori della politica e della burocrazia verso il biotech.
In realtà mi sono accorto, dopo aver posto la domanda, che l'avevo posta soprattutto per prendere tempo. Insomma la risposta in chiave libertaria me l'ero già data. Mi rimane però qualche perplessità (per altro, è la prima volta che mi trovo in un consesso nel quale non sono di gran lunga il più liberale-liberista-libertario).
Più o meno direi: in astratto l'idea del consumatore "razionalmente informato" che sceglie a ragion veduta quello che mangia non mi dispiace. In concreto, capisco benissimo che se il consumatore non è "razionalmente informato" sulla vera natura degli OGM, meglio che non lo sia nemmeno sulla presenza o assenza degli OGM in quello che mangia.
venerdì, 30 aprile 2004
Perché, in un regime di libero mercato, l'etichettatura sarebbe libera. Chi desidera informa i consumatori che i suoi prodotti sono gm oppure biologici, chi non vuole fa altrimenti, e i consumatori si orientano sul livello d'informazione che ritengono più appropriato. (Io, per esempio, guarderei tutto fuorché l'etichetta, perché non sono affatto interessato a sapere se il Tegolino contiene cacao GM oppure no). L'etichetta obbligatoria, viceversa, più che un'informazione mi pare un "warning". Del resto, la reazione del consumatore razionalmente ignorante è inevitabilmente: se non facesse male / fosse dannoso / fosse di qualità inferiore, non vi sarebbe alcuna necessità di costringere i produttori a segnalare che il loro Tegolino contiene cacao GM.
giovedì, 29 aprile 2004
Perché secondo te l'etichettatura obbligatoria sarebbe una vittoria degli ambientalisti radicali?
mercoledì, 28 aprile 2004
Ogm, liberi tutti?
Chi ne sa qualcosa, potrebbe spiegarmi cosa significa davvero questa notizia? Si stanno aprendo nuovi spiragli per gli ogm in Europa? Io so che l'Authority sul cibo, che sta per insediarsi a Parma, avrà una posizione pro-ogm. Molto bene. Ho però una perplessità: evidentemente, l'industria sta investendo molto in lavori di lobbying. Ma deve rendersi conto che questo non basta: l'opinione pubblica percepisce gli ogm come "il cibo Frankenstein" e, ceteris paribus, resterà ostile anche in presenza di un pronunciamento europeo favorevole. Proviamo ad aprire qui il dibattito su cosa bisogna fare per promuovere una corretta informazione sulle biotecnologie. Per esempio: che ne pensate dell'etichettatura obbligatoria? A me pare una vittoria degli ambientalisti radicali, e mi fa specie che molti supposti "supporter" non se ne rendano conto.
Dopo sei anni di moratoria entro fine maggio si saprà se aprire all'importazione di mais transgenico
Via libera agli Ogm in Europa, deciderà la Commissione
Intanto dal 18 aprile è in vigore un regolamento che impone di segnalare sull'etichetta la presenza di alimenti geneticamente modificati
Dopo sei anni di moratoria si deciderà entro fine maggio se aprire le porte dell’Europa ai prodotti contententi Ogm. Sull'importazione in Europa del mais transgenico BT11 il consiglio dei ministri dell'Agricoltura ieri non si è pronunciato e la decisione passa ora alla Commissione europea che, salvo sorprese, dovrebbe arrivare a una risoluzione, molto probabilmente favorevole, entro la fine di maggio
I 450 milioni di cittadini europei possono contare dal 18 aprile sulla trasparenza delle etichette per cibi e mangimi. E' infatti diventato operativo il regolamento Ue sull'etichettatura dei prodotti Ogm, che ne impone l'indicazione se la presenza di materiale transgenico è superiore allo 0,9% per ogni ingrediente presente in un alimento. E' anche operativa la rintracciabilità degli Ogm dal campo alla tavola.
Leggendo attentamente le etichette, infatti, sapremo se la merendina, i biscotti, il latte di soia o il pop corn acquistati, insieme ad altri 30 mila prodotti, contengono o meno organismi geneticamente modificati (Ogm). Dopo mesi di attesa e di intensi confronti a livello europeo giunge cosi' in porto la decisione assunta dai Quindici nel luglio 2003 sotto presidenza italiana dell'Ue.
In concreto i consumatori troveranno sulle etichette dei prodotti preconfezionati o no, contenenti Ogm, la dicitura: ''Questo prodotto contiene organismi geneticamente modificati'' oppure ''Questo prodotto contiene...'' e a seguire il nome dell'organismo o degli organismi geneticamente modificati. L'obiettivo è quello di garantire un elevato livello di protezione della vita e della salute dei 450 milioni di cittadini europei, ma anche di tutelare il benessere degli animali, dell'ambiente e gli interessi dei consumatori.
Per facilitare il rispetto delle regole e l'efficacia dei controlli, da domani entreranno in vigore anche le sanzioni che dovranno essere ''proporzionate e dissuasive'' fissate dai singoli stati in caso di violazione della normativa europea.
http://www.rai.it/news/articolonews/0,9217,77021,00.html
martedì, 27 aprile 2004
Re:toothing
Il toothing – ovvero la pratica di flirtare con sconosciuti/e sfruttando le potenzialità di connessione permesse dalla tecnologia bluetooth – a mio avviso è qualcosa di più che una semplice curiosità resa possibile dalla sempre più costante tecnologizzazione delle persone.
Il fenomeno infatti può essere considerato un caso specifico di nuove forme di cooperazione sociale rese possibili dai dispositivi mobili. Una delle tendenze più interessanti della comunicazione wireless, è che essa si sta trasformando in un modo diverso per socializzare e per entrare in comunicazione con le altre persone tanto da far diventare il dispositivo wireless che portiamo con noi (telefonino, palmare, wi-fi) come un modo diverso di gestire la nostra identità digitale o le nostre relazioni sociali. Smart mobs, warchalking/wardriving, bluejacking, toothing sono tutte pratiche che testimoniano un modo diverso di relazionarci con le persone reso possibile dalla progressiva tecnologizzazione della mondo che ci sta attorno. Non è neanche un caso il fatto che il toothing sia una pratica relativa alla sfera sessuale e dell’intimità: secondo me la questione può essere valutata a partire da due distinte considerazioni.
Prima considerazione: il sesso come leva della diffusione tecnologica.
Molte ricerche attestano il fatto che il sesso sia una delle spinte principali per la diffusione di tecnologie della comunicazione. Famoso è il caso del Minitel francese: nato come servizio per la consultazione online di cataloghi (il corrispettivo digitale delle nostre Pagine Gialle o Pagine Bianche) ebbe il suo boom solo quando venne lasciato libero ai privati per promuovere servizi di messaggistica “rosa”, tanto da costringere l’allora presidente Valery Giscard D’Estaing a bloccare questi servizi (periodo conosciuto sotto il nome di fase di moralizzazione del Minitel).
Seconda considerazione: il sesso come aspetto a bassa istituzionalizzazione.
Come già ci facevano notare le ricerche degli storici della sessualità (Michel Foucault tra tutti), il sesso è la zona della nostra vita sociale che meno è sottoposta ad un processo di istituzionalizzazione (nonostante i tentativi fatti in questo senso dalla società nel suo complesso). In pratica nei nostri rapporti sessuali non siamo ritenuti a rispettare rigide regole sociali se non quelle che instauriamo con il/i partner. Per questo motivo è anche la zona che più si presta ad essere sottoposta a cambiamenti sociali repentini, ovvero la zona che più ci consente di comportarci nel massimo della libertà possibile (sempre – ovviamente – tenendo presente la massima kantiana). Quindi è anche logico che un uso “alternativo” delle tecnologie della comunicazione passi soprattutto dalle nostre pratiche sessuali.
Cosa può imparare lo scienziato sociale dal toothing? Sicuramente avere un caso empirico che esemplifica un’affermazione che William Gibson mette in bocca ad uno dei suoi personaggi nel suo famosi romanzo Neuromante: “La Strada trova il suo modo di usare le cose, modi che l’inventore non aveva immaginato”.
venerdì, 23 aprile 2004
Re: A proposito di statistiche
L'influenza delle statistiche, dei numeri, è oggi molto accresciuta da due fatti che chi fa politica si ostina a non riconoscere: (1) ogni statistica è composta da tre valori, cioè la miglior stima, la tolleranza, e l'intervallo di confidenza; (2) la gestione del rischio va affrontata a livello soggettivo, e non può essere altrimenti. Quando si dice che l'esposizione al fumo passivo aumenta il rischio di contrarre il cancro del 30% (anche assumento che ciò sia frutto di uno studio accurato), si dà solo una mezza informazione: bisogna dire con quale certezza si valuta tale stima (90%?), e bisogna dire 30% +/- cosa. Secondariamente, bisogna capire che il diritto e il dovere di giudicare se un aumento di rischio del 30% sia tanto o poco (cioé: se l'aumento di rischio valga il piacere della fumata) non può essere affrontato a un livello diverso da quello individuale. Questo non solo perchè la sensazione di piacere è individuale e non può essere "standardizzata", ma anche perché da individuo a individuo cambia la propensione, o avversione, al rischio. Io fumo, ma non andrei mai a votare (per esempio) sapendo il rischio che corro di essere investito da una macchina lungo il tragitto! (E visto anche il poco piacere che traggo dall'apporre una croce sul nome di colui che, una volta eletto, mi vieterà, chessò, di mangiare il cioccolato).
PS Su Il Giornale di oggi c'era un bizzarro articolo secondo cui il cioccolato può dare dipendenza 
giovedì, 22 aprile 2004
A proposito di statistiche
Il problema sollevato dall'intervento di Troi dell'affidabilità dei dati e delle previsioni statistiche al fine di programmare adeguate campagne d'informazione e politiche preventive è importante.Sulle statistiche circolano molte battute ironiche relative alla loro affidabilità (<> attribuita a Disraeli) e all'ingiustizia che i dati aggregati possono coprire (il famoso mezzo pollo a testa che oscura la realtà di chi ne mangia uno intero e chi niente). Famosa la balla ancora dura a morire circa il particolare contenuto di ferro degli spinaci che ha alimentato il mito di Braccio di ferro e le ambasce di tante mamme disperate per far mangiare ai propri bambini tali insapori verdure. Come è stato poi ribadito successivamente il quantitativo di ferro negli spinaci non è superiore a quello presente in molte verdure simili, il mito è nato per un errore nella trascrizione del dato numerico per una questione di virgola spostata.
Il problema è quindi quello dell'affidabilità del dato, cosa su cui sarebbe urgente promuovere una sorveglianza critica da parte soprattutto degli organi di informazione di massa (anche se non sempre la letteratura specialistica è immune dal problema). In altri termini, prima di divulgare dati statistici che presumibilmente orienteranno stili di vita individuali e politiche pubbliche dovrebbe essere doveroso affidarne la verifica di credibilità a esperti. Dalla critica delle fonti in campo storiografico al meccanismo dei referee per le riviste scientifiche, il principio del controllo sulla verità dei dati andrebbe applicato meglio anche al settore giornalistico, secondo la regola per cui, invece di pubblicare al volo una "bufala" è meglio dare in ritardo una notizia controllata e più affidabile.
Re: roboetica Cara Cinzia, sono perfettamente d'accordo con te sia per quanto riguarda l'attitudine speculativa della roboetica (che - insisto - considero un caso speciale della tecnoetica) che il rischio di "moralizzazione" di questo settore del pensiero. Credo che riflettere sui futuri disastri che potrebbe portare con sè lo sviluppo sistematico della tecnologia dei robot sia un orizzonte rispetto al quale bisogna necessariamente confrontarsi, per due ordini di motivi. In primo luogo per la natura stessa della tecnologia. La tecnologia è una forma di potere, e il potere in quanto tale porta con se grosse responsabilità che non sempre possono essere concesse senza dare un qualcosa in cambio, per esempio una - più o meno - piccola limitazione della libertà individuale. Faccio un esempio stupido: poniamo il caso che per poter guidare un'automobile sia sufficiente comprarla senza la necessità di avere la patente. Per quanto semplice, l'automobile è una tecnologia che porta con sè una grossa responsabilità verso noi stessi - saperla guidare senza ammazzarci - e verso gli altri - guidare senza ammazzare nessuno, e per far questo è necessario conoscere il funzionamento del mezzo e condividere delle regole per evitare di ammazzare qualcuno. Ovvero: perchè diavolo dovrei rispettare il rosso di un semaforo? Perchè devo sottostare a delle regole che mi hanno imposto? La risposta a questa responsabilità tecnologica è la scuola guida, un percorso formativo che illustra non solo gli aspetti tecnico-pratici ma anche gli aspetti legati all'etica della guida (nascosti in norme per la guida sicura). Ovviamente rifuggo con con terrore all'idea che si arrivi un giorno in cui per usare la lavatrice sia necessaria una patente. Ma la lavatrice è un dispositivo a potere limitato, il cui uso scellerato (intenzionale o meno) ha conseguenze deleterie solo sui nostri vestiti, un costo etico tutto sommato accettabile  . In secondo luogo gli scenari "Cassandra" aiutano ad inquadrare i termini della questione temperando le potenzialità positive della tecnologia con i suoi effetti negativi. La tecnologia è una sorta di Pharmakon - veleno e medicina al contempo - in cui sono le dosi a dirci quando da uno si passa all'altra. Dal bianco della tecnologia buona sempre e comuque, al nero della tecnologia pericolosa e rischiosa per la natura umana, preferisco il grigio della tecnologia valutata rispetto al contesto: mi sembra più sensato e più vicino ad un atteggiamento realista. Con questo non dico che è necessario gridare ai quattro venti i danni causati dalle tecnologie, ma avere consapevolezza di una perdita del controllo di questi artefatti, può essere d'aiuto per impostare il problema. E' un po' - se vuoi - come l'idea di libertà: la "liberta di" corrisponde ad un atteggiamento che si concentra sugli effetti positivi della tecnologia, la "libertà da" invece si concentra sulla tecnologia cercando di evitare le conseguenza nefaste. ... per quando riguarda il toothing, sto facendo alcune ricerche in rete per poter avere un quadro generale e dire qualcosa che non sia banale (o peggio sociologhese)
mercoledì, 21 aprile 2004
Re: roboetica
Grazie Davide, molto interessante il tuo post. Riprenderei l'ultimo paragrafo ("Assunto della Ferrari") per confermare, se ce ne fosse bisogno, che anche la bioetica il più delle volte indaga fenomeni lontani prefigurando possibili conflitti morali e relative 'soluzioni' (il più delle volte perché, contrariamente alla roboetica, molti problemi etici riguardano pratiche attuali e talora persino antiche ed eterne). Il valore di questa proiezione bioetica è duplice: da un lato, come scrivi, prendere familiarità con tecniche e relative questioni etiche che ad un certo momento costituiranno l'urgenza del contingente; dall'altro, il puro piacere intellettuale di andare oltre i confini dell'oggi. A proposito di Putnam, nella sua ultima lezione ad Harvard il 4 maggio 2000, diceva: "C'è qualcosa che ho dimenticato di dire in questa lezione? Certo: non si fa filosofia soltanto nella speranza di cambiare il mondo, si fa anche per la pura gioia che dà. Le due cose non sono incompatibili".
Percepisco però, nell'intervista che ho postato qui nel blog e nel poco che ho letto - anche grazie a te - di roboetica, l'eccitazione intellettuale di preconizzare disastri che saranno evitabili soltanto non costruendo robot oppure delegando a un Comitato di Puri la compilazione di linee guida universali e infallibili. Sento già echeggiare il Principio di Roboprecauzione, la Evidence-based Robotica, il Comitato planetario di Roboetica, la responsabilità verso le (robo)generazioni future... E un brivido mi percorre la schiena (direbbe Engelhardt: e la mano mi corre alla fondina).
Tu che ne pensi? Farete la fine di noi odiosi bioeticisti?
martedì, 20 aprile 2004
Parola di Sirchia
Negli ultimi giorni, Sua Santità il Ministro Sirchia è stato più che mai prodigo nell'elargire consigli. Posto tre lanci stampa che, sia pure in maniera "impressionistica", danno la misura di quanto, secondo il Ministro, debba spingersi in là l'influenza della politica e, in particolare, del suo ministero. Per cominciare, Sirchia pretende di esercitare un controllo politico sui prezzi dei farmaci: ben 23 aziende pretenderebbe un prezzo "iniquo" per i loro prodotti. Naturalmente, l'ideologia sottesa a questa presuntuosa affermazione (conoscere il "prezzo giusto" dei farmaci) è quella socialista. Se ci si colloca entro un altro paradigma, infatti, occorre ammettere che il prezzo è il frutto dell'incontro tra la domanda e l'offerta, ed è conseguenze di scelte soggettive indipendenti e concorrenti da parte dei molti attori del mercato (consumatori e produttori). Ma la presunzione del ministro non si ferma ai prezzi dei farmaci: investe pure il prezzo del latte artificiale. Il ministro pretende di conoscere, attraverso il prezzo "giusto", la "reale" scarsità relativa del latte artificiale. La pianificazione centrale, fallita con Stalin e soci, rinasce con le poppate dei neonati. Infine, e più divertente di tutti, il ministro si scaglia contro gli ascensori: si tratta forse di una presa in giro dei maniaci attivisti contro le barriere architettoniche, quelle bizzare persone che si strappano i capelli alla sola vista d'uno scalino? Certo che no: semmai, abbiamo qui l'ennesima dimostrazione dell'insopportabile peso del paternalismo. Dice Sirchia: "Non e' semplice far capire alla gente di non mangiare tanto, di muoversi di piu' e non fumare anche se sembra un messaggio facile, perche' questa societa' offre esempi contrari ai corretti stili di vita. Occorre salire di piu' le scale di casa e usare di meno l'ascensore, vedere poco la tv e stare poco davanti al pc. Tutte cose che pero' non vanno demonizzate ma ci vuole piu' buon senso". Implicazione: tutti quelli che, per esempio, anziché salire e scendere le scale si siedono di fronte al pc, bloggano sull'Osservatorio sulla bioetica sgranocchiando un fagottino, dopo di che sorseggiano un caffè fumando un sano Cohiba, sono persone prive di buon senso--dei pirla, insomma. A me pare che questa ulteriore involuzione della politica sirchiesca, che ormai si spinge a contemplare ogni aspetto della vita individuale, sia davvero ridicola, più ancora che pericolosa. Forse che verrà lasciato un patentino che perderà punti a ogni giro d'ascensore, ne prenderà quando saliremo le scale? E forse non è il momento di far capire al ministro che lui è libero, liberissimo, di andare a casa mangiando soia e salendo in ginocchio su una scalinata di chiodi, ma tutti gli altri hanno il sacrosanto diritto di farsi un transatlantico di affaracci propri, fumando quanto e cosa vogliono, mangiando quanto e cosa desiderano, muovendosi quanto e come gradiscono, guardando la tv quanto gli garba, spendendo di fronte al pc tutto il tempo che gli sconfinfera?
Dal sito EU Reporter
Kyoto’s Continuing Cost Confusion
By Chris Horner
Environment Agency Alone in its Optimism
The European Environment Agency last week issued a report the conclusions of which appear to represent the triumph of hope, or marketing, over experience. The document, “Exploring the ancillary benefits of the Kyoto Protocol for air pollution in Europe”, asserts that implementing Kyoto could substantially offset the significant expense of climate policies through reductions found in existing air pollution control costs.
This effort to increase the allure of the rapidly fading global warming treaty begs the question why at least 13 of 15 European countries will fail to meet their Kyoto targets, as the Commission reported in December. Ironically, the costs of rationing certain inherent emissions from energy use (greenhouse gases, or GHGs) have proved so daunting that also last week both the UK and Japan reaffirmed their own pending inability to comply upon Kyoto’s effective period of 2008-2012. The UK was one of the two nations previously expected to meet its commitment.
The 51 page document sets forth its assumptions and methodology, which require further scrutiny given the conclusions being so strongly at odds with reality and the estimates of impacted nations. Initially responding to the report’s assertions, Briton policy analyst Iain Murray asked “If that's correct (which of course it isn't), it just shows how bloated those air pollution control agencies are. If they put all those poor bureaucrats out of work, unemployment could rise by millions...”
This EEA assertion could represent yet another shift in tack for the Commission, whose position on Kyoto’s costs has wavered from hinting at net economic benefits, to the curious claim by Commissioner Wallstrom that “I think we are honest in describing that this will never be easy”. EEA now downplaying those costs could signal the campaign to pressure Russia to drop its economic objections. This would not end the debate, of course, given that Kyoto’s proponents describe it as being only the first of 30 similar steps. Initial analyses by the International Council for Capital Formation indicate calamitous costs of fulfilling that required agenda of zero greenhouse emissions among the handful of covered, developed countries. Possibly exposing at a deeper level the different perspectives on the benefits of economic growth between Europe and others, this document comes on the heels of chief economic advisor to Vladimir Putin trying once again to make the point that Russia has no desire to limit economic growth as Kyoto quite clearly demands. Russia’s ratification is key to whether Kyoto goes into effect. According to advisor Andrei Illarionov, Kyoto will impose such strong economic constraints that it will be like an international Auschwitz” for countries that ratify it, as a “death treaty” that will “stifle economic growth” and bring “many negative implications” because it will limit Russian carbon emission growth. Previously, Illarionov described Kyoto as worse than the Gosplan committee responsible for the communist’s infamous five-year plans. Even Stalinist era prison camps had better conditions, Illiaronov added, “In a gulag, people were at least given the same rations... from one day to the next, but the Kyoto protocol proposes decreasing rations day by day.” It is fair to say that the EU has a different perspective than Russia, Europe, and Japan.
Further illustrating the split between the increasingly isolated EU position and that of other states advocating that Kyoto be modified to address its many problems, this same week, the Russian Duma also responded to a draft recommendation to reject the costly treaty. Deputies participating in a late-week debate on questions related to Kyoto ratification qualified the document as “ineffective from the ecological perspective, and unacceptable from the point of view of the economic development of Russia” (cue funeral dirge).
Re: Bluetooth
Perché, Cinzia, da quando le donne possono usare i cellulari? 
Viva la Lega! (Per una volta)
Ho appena sentito alla radio che la Camera o il Senato (non ricordo) avrebbe votato un emendamento leghista che, in pratica, distrugge il ddl Giovanardi sulla chiusura anticipata delle discoteche. L'emendamento, votato anche dalla sinistra, in pratica conferisce ai comuni la facoltà di stabilire a che ora le "balere" debbono chiudere i battenti. Questo, naturalmente, non è "il migliore dei mondi possibili" (nessuna legge in tema di orari), ma è quanto meno un second best. Per giunta, trovo improbabile che i comuni mettano i bastoni tra le ruote a un'attività economica fiorente e, soprattutto, compiano scelte fatte apposta per perdere anche l'ultimo voto dei giovani. In ogni caso, la "competizione istituzionale" tra gli orari di chiusura è senz'altro preferibile ad andare tutti a letto con le galline (non nel senso di donne brutte e noiose ). Curiosamente, da quando Umberto Bossi si è sentito male, la Lega si è irrigidita sulle proprie posizioni e questo, spesso (non sempre - Alitalia docet), produce risultati positivi. Fumiamoci sopra!
lunedì, 19 aprile 2004
Re: roboetica
Il discorso sulla roboetica credo che sia un discorso interessante non tanto perché il problema sia dietro l’angolo (almeno non nei termini di esseri senzienti), quanto per il tipo di ragionamenti ci costringe a fare. Proverò a fare un paio di riflessioni "a braccio" (si prega i filosofi a non dare particolare peso a queste parole scritte di getto...)
Principio di Galatea Per prima cosa ci costringerà a relazionarci con un totalmente altro come un essere artificiale. Al momento non abbiamo gli strumenti per entrare in rapporto con questi nuovi “elettrodomestici”, ma arriverà ben presto il momento in cui la convivenza tra robot e umani sarà sempre più sentita. Le avvisaglie ci sono tutte: in Giappone negli ultimi tempi c’è stato un boom di vendite di AIBO, il cane robot della Sony, che sta progressivamente incrinando il mercato degli animali da compagnia. Sempre in Giappone la National Institute of Advanced Industrial Science and Technology, ha messo a punto un programma di Pet Therapy chiamato Progetto Paro che invece di usare animali in carne ed ossa, usa cuccioli di foca-robot. Quello che è interessante è che queste tecnologie diventeranno strumenti rispetto ai quali riversare il nostro patrimonio emozionale. Vale in questo caso il principio di Galatea, la statua di avorio trasformata in donna da Venere per soddisfare le preghiere di Pigmalione, lo scultore ormai completamente invaghito della sua opera. Dal mito di Galatea e Pigmalione possiamo desumere una massima per cominciare a ragionare su questi temi: una relazione affettiva profonda è reale quanto reale sono disposti a considerarla i soggetti coinvolti. Pensiamo al rapporto che si potrebbe instaurare tra una persona e il corrispettivo robotico di una bambola gonfiabile: che tipo di rapporto potrebbe essere? Per gli scettici: consiglio di dare un’occhiata alle nuove tecnologie per bambole gonfiabili sul sito Real Doll.
Sindrome del Golem Bestia nera del rapporto uomo-robot è senza dubbio il timore che robot creati per mansioni specifiche (lavoro, protezione) possano ribellarsi o – perlomeno – sfuggano al controllo. La paura ha sempre fatto parte del rapporto uomo-robot fin dai tempi più remoti. La stessa parola robot nasce per designare operai meccanici che alla fine si ribellano al proprio padrone. Per sottolineare quanto antica sia questa idea mi piace definirla sindrome di Golem, dal nome della creatura della tradizione ebraica Yddish, resa celebre da un racconto di Gustav Meyrink, in cui si parla di una creatura di argilla (il robot) creata dal il rabbino Loew (lo scienziato) che gli diede vita imprimendogli sulla fronte la parola “verità” (il software). La storia racconta come il Golem, creato con lo scopo di difendere il ghetto di Praga dai nemici della comunità ebraica, alla fine diventasse un pericolo per gli stessi abitanti del ghetto, tanto da costringere lo stesso rabbino Loew a distruggerlo. Vale la pena preoccuparsi per delle macchine autonome che perdono il controllo? Forse si. La DARPA ha nel suo budget un progetto di finanziamento di ben 5 diversi progetti che dovrebbero dar vita a robot per uso militare: robot per la ricognizione di zone di guerra, smart dust, ovvero nanorobot che sparsi sul territorio si trasformano in sensori intelligenti e così via dicendo. È prematuro parlare di terminator, ma credo che sia una questione di tempo, non di tecnologia.
Assunto della Ferrari Concludo questo – lungo – post con una riflessione di tipo metodologica. Perché parlare di roboetica, quando ancora i robot sono dei computer sofisticati, ma limitati? Credo che per la roboetica – la parte futuristica della tecnoetica – valga il principio della Ferrari. Ovvero: perché si spende quel fiume imponente di denaro nelle corse di formula 1? C’è un ritorno economico? Si, c’è, lo sappiamo tutti. Le corse automobilistiche sono dei grandi laboratori all’aperto che servono per testare tecnologie che verranno adottate nelle automobili prodotte in serie. Stessa cosa per la roboetica: il problema è lontano, ma è bene prendere familiarità con questi diversi modi di ragionare quando la “rivoluzione robotica” sarà all’inizio. (PS: tra l’altro la riflessione filosofica sui robot non è nuova. Già Hilary Putnam aveva cominciato a porre problemi di ordine morale rispetto ai robot in un suo paper del 1964 dal titolo “I robot: macchine o vita creata artificialmente?” (Mente, linguaggio e realtà, Adelphi, Milano, pp.416-438)
Re: Bluetooth
Lo dovrai mettere sottochiave per via di Paola. Burqa o non burqa potrebbe cadere in tentazione...
Re: Bluetooth
Cavolo. Mi debbo comprare un cellulare nuovo...
BLUETOOTH
Il sociologo Bennato che ne pensa dell'impatto di questa tecnologia sui costumi sessuali?
Si chiama "Toothing" la nuova moda che sta spopolando tra i giovani e meno giovani della Gran Bretagna. Grazie alla nuova tecnologia Bluetooth è possibile fare sesso con gli sconosciuti restando totalmente anonimi. "Toothing - si legge sul sito bluejackq.com, uno dei tanti specializzati nella nuova moda - è una forma di sesso anonimo con sconosciuti. Generalmente è possibile praticarla sui mezzi di trasporto pubblici o durante conferenze e seminari". Ma vediamo come funziona: una persona si reca in luogo affollato e, tramite il proprio telefonino, comincia a cercare altri utenti che abbiano attivato la modalità Bluetooth. Va tenuto conto che l'anonimato è "garantito" solamente nei luoghi dove c'è una notevole concentrazione di persone. Il Bluetooth, infatti, permette di inviare contatti telefonici, immagini e messaggi, soltanto agli utenti che si trovano in un raggio di 10 metri. I potenziali toother iniziano mandando una serie di messaggi random di saluto, sta all'altra persona accettare o meno il dialogo. Se si accetta si comincia uno scambio di messaggi fino a che non si individua un luogo per un appuntamento: di solito un bagno pubblico o un'altra zona ancora più avventuroso. Trucchi e tecniche più affinate possono essere poi raccolte sul sito britannico bluejackq.com. Sul portale si trovano veri e propri esperti che si tengono aggiornati sui segreti dei modelli di cellulari e handheld attualmente in commercio.
domenica, 18 aprile 2004
Re: Parchi eolici
La follia eolica è incredibile. A mio avviso, solo un fesso (o una persona in malafede) non può rendersi conto dei numerosi svataggi di questa fonte energetica: le turbine funzionano male, forniscono energia intermittente, non sono prevedibili, fanno rumore, occupano spazio, sono oscene alla vista, e (ciliegina sulla torta) sono responsabili di un'ecatombe di uccelli!
Vi segnalo un bell'articolo di Glenn Schleede che ho tradotto tempo fa:
Costi e benefici dell'energia eolica
di Glenn R. Schleede - 15 maggio 2003 (Traduzione di Carlo Stagnaro)
La sopravvalutazione dei benefici e la sottovalutazione dei costi crea false speranze per l'energia eolica.
Molte persone credono nella comunissima affermazione che gl'impianti eolici potrebbero fornire una porzione significativa della crescente richiesta d'elettricità da parte del nostro paese. Essi credono anche che l'energia eolica sia gradevole da un punto di vista ambientale e costituisca un mezzo per evitare le emissioni di altre fonti energetiche. I leader politici degli stati ventosi sono convinti che le "fattorie del vento" (wind farms) porteranno un beneficio economico, soprattutto attraverso il pagamento degli affitti ai proprietari dei terreni.Mentre le proposte di costruire "fattorie del vento" si sono moltiplicate, però, l'impatto negativo dell'energia eolica è divenuto chiaro a un sempre maggiore numero di cittadini, consumatori e contribuenti. Essi stanno imparando che l'energia eolica ha impatti negativi sui valori ambientali, ecologici, paesaggistici e della proprietà. Stanno imparando che molti dei pretesi benefici dell'energia eolica sono fuorvianti o falsi, e che i suoi costi autentici sono più alti di quanto pubblicizzato - e tali maggiori costi cadono sulle spalle dei contribuenti e dei consumatori d'energia elettrica.
Produrre elettricità dal vento.
I mulini a vento esistono da secoli e, in passato, sono stati piuttosto utili a produrre la potenza necessaria a pompare acqua o macinare grano. Oggi, mulini di piccole dimensioni possono essere utili a produrre elettricità in aree prive di accesso alle linee di distribuzione. Per quanto cari, possono essere accettabili se i proprietari hanno bisogno d'energia solo quando il vento soffia, oppure se sono accoppiati a un sistema di batterie che permetta l'accumulo d'energia fino a quando non sia necessaria. Sono ben diversi i "mulini" di grandi dimensioni (aerogeneratori), commerciali, che secondo i fautori dell'energia eolica costituirebbero uno strumento utile a produrre elettricità da immettere sulle linee che riforniscono il commercio, l'industria e il pubblico in generale. Questi "mulini" consistono di grossi generatori a turbina montati su alte torri (60 metri o più), dotati di lunghe pale (con un raggio di 45 metri o più), per un'altezza totale che può essere tra i 90 e i 140 metri. Tali mulini debbono trovarsi in aree soggette a forti venti. A seconda dei modelli, questi generatori cominciano a produrre un modesto quantitativo d'energia quando il vento soffia a circa 9 nodi, raggiungono la piena efficienza intorno ai 33 nodi, e quindi cessano di funzionare quando la velocità raggiunge i 56 nodi (velocità ancora maggiori possono danneggiare il macchinario). Le turbine eoliche non producono elettricità quando la velocità del vento è al di fuori di tale intervallo. L'elettricità viene trasmesse attraverso cavi che corrono lungo le torri fino a un punto di connessione con le linee di trasmissione, che la possono trasportare dove è richiesta. Un numero di questi grossi mulini a vento è spesso definito "fattoria del vento".
Costi e benefici dell'elettricità eolica.
L'industria del vento - che include fabbricanti di turbine, torri, pale e altri equipaggiamenti, costruttori e proprietari di "fattorie del vento" - ha sbandierato i benefici dell'energia eolica. I suoi difensori nel Dipartimento dell'energia (DOE) e nel National Renewable Energy Laboratory (NREL) spesso si pronunciano a suo favore. L'industria ha goduto del favore dei media e ha ottenuto generose detrazioni dalle tasse federali e statali e altri sussidi. Tuttavia, man mano che la proposta di ulteriori "fattorie del vento" si è fatta strada, le affermazioni dell'industria del vento e dei suoi sponsor si sono scontrate con un esame più attento, come vedremo a breve. Le strutture proposte incontrano la forte opposizione da parte di molte fonti diverse. Grosse macchine - poca elettricità. Il DOE e l'industria del vento hanno suggerito che il vento potrebbe provvedere al 5% del fabbisogno energetico nazionale entro il 2020 (1). Però, una stima più obiettiva da parte dell'Energy Information Administration indica che il vento fornirà solo circa 61/100 dell'1% della nostra elettricità nel 2020 (2). A dispetto delle grandi dimensioni, i mulini su scala commerciale producono davvero poca energia e solo quando il vento soffia entro un certo intervallo di velocità. Alla fine del 2002, negli Stati Uniti v'erano circa 15000 mulini su scala commerciale, sparsi su migliaia di acri in 27 stati (3). Il 19% della capacità è in 6 stati: California, Texas, Iowa, Minnesota, Washington e Oregon. Tutti questi mulini messi assieme producono meno energia di una sola centrale nucleare, una grossa centrale termoelettrica a carbone o due moderne centrali a gas. Poiché le turbine eoliche funzionano solo quando il vento soffia entro un certo intervallo di velocità, la loro produzione è intermittente, altamente variabile e largamente imprevedibile. Di conseguenza, l'energia vale meno di quella generata da centrali che possono lavorare quando serve. Il vero costo dell'energia eolica. I fautori dell'energia eolica affermano che il suo costo s'è drasticamente ridotto ma richiede ancora sussidi governativi. In realtà, il vero costo dell'energia eolica è assai più alto di quanto essi non ammettano, in quanto alcuni importanti elementi vengono trascurati. Tra essi:
- Il costo dell'accumulazione dell'energia generata per porre rimedio alla produzione intermittente e variabile delle turbine eoliche - sicché i sistemi elettrici possano essere mantenuti in equilibrio.
- I costi aggiuntivi della trasmissione elettrica e della gestione delle reti a causa dell'intermittenza, della variabilità e dalla bassa prevedibilità della produzione delle turbine eoliche e l'uso inefficiente della capacità di trasmissione.
- Gli sconti fiscali e i sussidi che spostano il carico fiscale e i costi dai proprietari delle "fattorie del vento" agli altri contribuenti e ai consumatori d'energia.
Impatti ambientali. I fautori dell'energia eolica spesso sostengono che essa sia favorevole da un punto ambientale e che elimini le emissioni generate dalle centrali termoelettriche (alimentate a carbone, petrolio e gas naturale). Però, le loro affermazioni sono in genere esagerate, poiché bisogna mantenere attivi altri generatori, a meno della piena efficienza, per garantire la disponibilità energetica quando i consumatori la richiedano (4). I fautori dell'energia eolica tendono pure a ignorare gl'impatti negativi sui valori ambientali, ecologici, paesaggistici e della proprietà derivanti dalla presenza di numerosi mulini, su scala commerciale, che stanno determinando una crescente opposizione popolare alle proposte di nuove "fattorie del vento". Tra gli esempi di effetti negativi si contano:
- Rumore, come a Mackinaw (MI), con due turbine, o a Kewaunee (WI), dove le case nei pressi di una centrale sono state acquistate a causa dei problemi legati al rumore.
- Uccisione di uccelli e interferenza col loro habitat e le loro migrazioni: i potenziali effetti negativi sugli uccelli e altre forme di vita e le loro abitudini costituiscono un problema di grande importanza. Il Fish & Wildlife Service, per esempio, richiede studi certosini in relazione alla proposta di creare fattorie del vento nel West Virginia.
- Distruzione di ecosistemi rari. Per esempio, i cittadini si oppongono alle "fattorie del vento" proposte a Flint Hills (Kansas), ove si trovano le ultime praterie di erba alta rimaste in America.
- Impatti sul panorama. I danni alla "vista" sono un punto cruciale per le proposte di "fattorie del vento", tra cui Kittitas Valley (Washington), Allegheny Front (West Virginia), molte località montane nel Vermont, nel Maine e nel Massachusetts occidentale, e aree al largo nei pressi di Cape Cod e Nantucket (Massachusetts).
- Valori delle proprietà. Le preoccupazioni sugl'impatti negativi sui valori delle proprietà sono particolarmente acute dove le "fattorie del vento" vengono proposte in prossimità di aree abitate. Questi casi includono le città di Licoln e Addison (Wisconsin); le contee di DeKalb, Lee e Bureau nell'Illinois; le contee di Erie, Chauatauqua, Steuben e Yates nello stato di New York; e le contee lungo le costa orientale del Lago Michigan.
Oltre a questi problemi, le città che stanno sviluppando regolamenti per trattare le turbine eoliche s'imbattono in problemi come quello del "tremolio dell'ombra" dovuto alla rotazione delle pale, e alla protezione della salute e della sicurezza umana messe a repentaglio dalla rottura delle pale o dai blocchetti di ghiaccio da esse scagliati (5).
Sconti fiscali e sussidi. I lobbysti dell'industria del vento hanno avuto un grande successo nell'assicurarsi sconti e altri sussidi da parte dei governi locali, statali e federale, ciascuno dei quali sposta i costi dai proprietari dai proprietari delle "fattorie del vento" agli altri contribuenti. Gli sconti fiscali federali includono un ammortamento rapidissimo e accelerato (l'intero costo del capitale può essere detratto dal reddito per un periodo di oltre 5 anni), che dunque riduce drasticamente l'imponibile a livello federale e statale. Inoltre, è garantito un "credito sull'imposta di produzione" pari a 0,018$ per ogni chilowattora di elettricità prodotta durante i primi 10 anni d'attività. Alcuni stati hanno drasticamente ridotto o eliminato le tasse sulla vendita e sulla proprietà per i proprietari di "fattorie del vento", e alcuni hanno garantito ulteriori sussidi. Soprattutto nei primi anni dell'operazione, il valore degli sconti fiscali e dei sussidi può superare di molto il reddito che un proprietario d'una "fattorie del vento" riceve dal commercio d'elettricità. Sconti fiscali e sussidi sono oggi a tal punto estesi che il loro valore - e non i presunti benefici ambientali - è la prima motivazione che i proprietari hanno per costruire una "fattorie del vento". Impatto economico sugli stati che ospitano "fattorie del vento". I leader politici di alcuni stati del Mid-West guardano con favore a sconti fiscali e sussidi a causa dei presunti benefici economici per lo stato. Questi presunti benefici sono largamente costituiti da:
- Canoni d'affitto o servitù ai proprietari della terra ove sorgono i mulini a vento e le linee di trasmissione;
- Posti di lavoro durante la costruzione (che può durare appena sei mesi o meno, coi posti di maggior responsabilità occupati da persone provenienti da fuori dello stato) e qualche posto dopo che il progetto diviene operativo;
- Acquisto di materiali e servizi all'interno dello stato;
- Introiti fiscali o contributi in luogo delle tasse.
In realtà, tuttavia, l'impatto economico netto sull'economia d'uno stato è spesso negativo, soprattutto quando la costosa elettricità generata per mezzo del vento viene utilizzata da consumatori all'interno dello stato stesso. Il maggior costo (se confrontato con quello dell'energia prodotta con mezzi tradizionali) pagato da questi consumatori spesso supererà il vantaggio associato ai presunti benefici economici. I grandi vincitori dal punto di vista economico sono i proprietari delle "fattorie del vento", spesso provenienti da altri stati. Gran parte del capitale investito in una "fattorie del vento" giunge da compagnie che si trovano in altri stati e spesso addirittura in altre nazioni. La maggior parte delle turbine eoliche, che rappresentano la maggior spesa nella costruzione di una "fattorie del vento", provengono da fabbriche di proprietà straniera (per esempio, le danesi Vestas e NEG Micron). I grandi "perdenti" sono i consumatori e le aziende locali, che potrebbero spendere altrimenti i propri soldi se non dovessero usarli per pagare la bolletta.
Risorse del vento. I fautori dell'energia eolica spesso affermano che, negli stati scarsamente popolati come il North Dakota, vi sarebbero "risorse eoliche" sufficienti a soddisfare tutta la domanda elettrica americana. Quest'idea di un' "Arabia Saudita del vento" è irrealistica. Il trasporto dell'elettricità da aree ventose relativamente remote, ai luoghi dove v'è richiesta d'energia sarebbe assai costoso. Inoltre, lo sfruttamento della capacità di trasmissione da parte del vento è intrinsecamente inefficiente (a causa della sua intermittenza) e le dissipazioni energetiche durante il trasporto aumentano con la distanza percorsa.
Renewable Portfolio Standards. Poiché il vero costo dell'elettricità eolica è alto e l'opposizione alle "fattorie del vento" sta montando (tranne che nelle aree isolate), i loro fautori si stanno battendo per istituire "Renewable Portfolio Standards" obbligatori a livello statale e/o federale. Questi standard fisserebbero una frazione minima d'elettricità che dev'essere prodotta per mezzo del vento e altre fonti "rinnovabili" - senza porre mente agli alti costi che graverebbero sui consumatori. Qualche consumatore è disposto a pagare prezzi più alti per l'elettricità che sa essere generata da fonti "rinnovabili" come il vento. Il gettito di tali programmi per "l'energia verde", però, non è sufficiente a coprire i più alti costi dell'energia e le spese amministrative dei programmi stessi. Il costo che rimane scoperto verrebbe spostato sui consumatori e celato nelle loro bollette mensili. I grandi vincitori sarebbero i proprietari di "fattorie del vento" e altre strutture per l'energia rinnovabile, a cui verrebbe garantita una grande domande per i loro salati prodotti. Invero, i Renewable Portfolio Standards sono un'altra forma di sussidio per i proprietari di generatori elettrici alimentati dal vento e altre fonti energetiche cosiddette rinnovabili. Gli standard sono un sussidio insidioso poiché i loro più alti costi tendenzialmente vengono spalmati su molti consumatori senza ch'essi ne siano a conoscenza.
Proteggere gli interessi locali.
Le persone che vivono nelle aree in cui viene proposta la realizzazione di "fattorie del vento", i funzionari del governo locale e i proprietari terrieri contattati dai progettisti degl'impianti hanno imparato che questi ultimi possono essere assai aggressivi.
Proteggere i cittadini e le comunità. I governi locali spesso non dispongono di piani regolatori che li mettano in grado di gestire adeguatamente le complesse questioni destate dai mulini o dalle proposte di "fattorie del vento". I funzionari locali possono non avere le conoscenze tecniche, legali, economiche e ambientali necessarie a valutare tali proposte. Quindi, essi possono non essere in grado di proteggere adeguatamente gl'interessi dei cittadini che rappresentano. I cittadini di alcune comunità che si sono trovate di fronte al problema delle "fattorie del vento" hanno imparato che le attuali norme relative a incontri pubblici e verbali, conflitti d'interessi e altre fondamentali pratiche del "buon governo" non sono sufficienti a tutelare l'interesse pubblico.
Proteggere i proprietari terrieri. Inoltre, i proprietari terrieri spesso non sanno come proteggere adeguatamente i propri interessi di fronte agli aggressivi responsabili delle "fattorie del vento", che presentano loro contratti corredati di clausole che si rivelano poi onerose. Per esempio, alcuni proprietari hanno valutato (e forse anche firmato) contratti che vincolano la terra e negano un uso differente per periodi di tempo lunghi o addirittura indefiniti, che lo sviluppo degl'impianti avvenga oppure no. In uno stato (il North Dakota) è stata introdotta una legge con lo scopo di proteggere i proprietari da alcune delle pratiche più spregiudicate.
Conclusioni.
Riassumendo, l'energia eolica garantisce molti meno benefici e richiede costi molto più alti di quanto i suoi fautori tipicamente sostengano e di quanto il pubblico, i media e i funzionari pubblici siano stati portati a credere. Generosi benefici fiscali federali, statali e locali e altri sussidi - anziché i benefici ambientali - sembrano essere la principale ragione della proliferazione delle proposte di nuove "fattorie del vento". Possederne una offre alle compagnie con fatturati molto alti l'opportunità di realizzare profitti notevoli sotto forma di un ombrello fiscale che copra dalle tasse sul reddito federali e statali. I funzionari di governo, i legislatori e i regolamentatori, a livello federale, statale e locale, hanno l'obbligo di dedicare molta più attenzione alla veridicità delle affermazioni dell'industria del vento e degli altri difensori di questa tecnologia. Essi debbono capire i veri costi dell'elettricità eolica e gl'impatti negativi delle "fattorie del vento" sui valori ambientali, ecologici, paesaggistici e delle proprietà. Essi devono anche prendere una forte posizione a difesa di cittadini e comunità - e dei proprietari terrieri - dalle attività eccessivamente aggressive messe in atto dai responsabili e proprietari delle "fattorie del vento".
1 http://www.eere.energy.gov/wind/web.html
2 U.S. Energy Information Administration (EIA), Annual Energy Outlook 2003, Tabelle A8, A17 e Tabella regionale 73. L'EIA fa parte del DOE ma ha ottenuto per legge l'autonomia da esso, e questo aiuta ad assicurarne l'obiettività.
3 La California ospita circa 13000 mulini, molti dei quali costruiti durante gli anni '80 a seguito di un generoso credito fiscale. Quando i crediti fiscali andarono esauriti, molti di essi caddero nell'incuria e/o furono abbandonati.
4 Inoltre, i fautori dell'energia eolica spesso usano dati sulle emissioni vecchi rispetto agli attuali generatori e non tengono conto del fatto che le nuove tecnologie producono meno inquinamento.
5 Per esempio, Eveline Township (MI).
Re: PIÙ O MENO / 2
Collateralmente, Cinzia, la tua battuta mi ricorda la mitica frase che Anthony Burgess mette in calce a 1985 (cito a memoria): "2 + 2 = 5 è una scritta che potrebbe essere appesa sui muri di Mosca, a indicare che un piano quinquennale si può completare anche in 4 anni, se ci rimbocchiamo tutti le maniche" 
Corbellini e il controllo politico sulla scienza
Il caso Luzzatto in Italia e le altre nomine o rimozioni di scienziati negli USA in funzione dell’appartenenza ideologica, sollevano una questione epistemologica e politica molto delicata. La denuncia di una deriva pericolosa nel rapporto tra scienza e politica fatta da Gilberto Corbellini in un recente intervento giornalistico è sacrosanta e induce a ulteriori riflessioni.
Una prima forma di prevaricazione della politica prende le forme della diretta manipolazione dei dati per renderli coerenti ai propri fini. Su questo non c’è molto da discutere: una bugia, o di scienziati o di politici, è sempre e solo una bugia (curiosamente, tuttavia, in Italia i politici sembrano godere di una particolare immunità al riguardo).
Un altro tipo di prevaricazione è più subdola ed assume le forme di un sofisma in cui tipicamente si usa una mezza verità per affermare l’errore. Che tra le circostanze e le condizioni in cui opera la ricerca scientifica ci sia al primo posto il potere politico e che quest’ultimo rivendichi la responsabilità di un indirizzo generale è la verità. Questo però non significa che la decisione politica entri nel merito delle questioni scientifiche, pretendendo di farsi scienza essa stessa e promuovendo quelle teorie e quegli scienziati ritenuti più in sintonia e organici al proprio sistema di potere. Questo è l’errore che si pretende di spacciare per vero!
La politica (ma questo vale anche per l’economia privata) ha il diritto di indicare gli obiettivi generali delle ricerche nel campo delle applicazioni specifiche ma non può pretendere di indicare anche i metodi e le strade per raggiungerli. Questo va lasciato all’autonomia del ricercatore. Il potere politico (in questo caso è veramente da solo) ha poi il dovere di finanziare la ricerca di base, quasi sempre orfana di sponsor economici privati, stabilendo come unico criterio nella selezione del personale quello della competenza professionale.
In conclusione, la distinzione tra scienza e politica non implica incomunicabilità tra le due ma ne garantisce, comunque, l’unità in una prospettiva virtuosa. Essa, quindi, si oppone sia alla separazione astratta che alla confusione e sovrapposizione tra i termini della relazione. Se, come è stato affermato da Walzer, il liberalismo è un’arte della separazione, sarà necessario vigilare affinché scienza e politica restino separate circa i ruoli e unite nel comune scopo di migliorare l’esistenza umana.
SITO WEB, segnalazione
http://www.galileo2001.it
L'Associazione GALILEO 2001 PER LA LIBERTÀ E DIGNITÀ DELLA SCIENZA è nata ad opera dei suoi soci fondatori il 19 febbraio 2003. Gli scopi e lo spirito dell'associazione sono contenuti nello statuto e nel Manifesto dell'omonimo Movimento. Ma, se si richiede di riassumerli in una frase, si può dire che l'associazione si prefigge di offrire supporto scientifico ai responsabili politici e agli organi di informazione allo scopo di evitare che le leggi e i testi di fisica, chimica, biologia, medicina e di scienza in genere, vengano riscritti nelle aule dei parlamenti, prima, e dei tribunali, poi.
Le origini dell'associazione risalgono al 9 marzo 2001, quando cinque scienziati italiani presero l'iniziativa di scrivere al presidente della repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, per sottoporre alla sua attenzione il fatto che alcuni isolati settori del mondo politico avevano diffuso il rischio di un presunto inquinamento elettromagnetico causato da elettrodotti e antenne radiotelevisive e di telefonia mobile. Questo rischio è invece assolutamente inesistente e le azioni che si intendevano intraprendere per fronteggiarlo avrebbero comportato uno spreco di denaro pubblico dell'ordine delle diverse decine di migliaia di miliardi di lire.
La lettera a Ciampi è stata poi sottoscritta da oltre 200 scienziati italiani. Forti di queste adesioni, gli iniziali estensori di quella lettera decisero, il 17 luglio 2001, di fondare il Movimento Galileo 2001, con la diffusione del Manifesto: ci si era infatti resi conto che quello del cosiddetto elettrosmog non era l'unico caso in cui i responsabili politici avrebbero dovuto ricevere corretta informazione, fondata sulle effettive conoscenze della scienza più accreditata. Il Movimento e il Manifesto hanno ricevuto l'alto patronato del Presidente Ciampi.
Col tempo, ci si rese anche conto che sarebbe stato opportuno che il Movimento si costituisse in Associazione. Questo è stato fatto dai soci fondatori il 19 febbraio 2003.
sabato, 17 aprile 2004
ROBOETICA
Diamo una morale ai robot. Se un umanoide fa del male a qualcuno, di chi è la colpa? Di questo e altri dilemmi discute la roboetica.
di Chiara Palmerini
(Il Manifesto 18 febbraio 2004)
«Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani...». Era il 1942 e lo scrittore di fantascienza Isaac Asimov formulava le famose tre leggi della robotica. Di «roboetica», etica per robot e robotici, pensa sia tempo di parlare senza aspettare scenari da fantascienza anche Gianmarco Veruggio. Fondatore del Robotlab del Cnr a Genova e inventore del neologismo, Veruggio è stato animatore di un convegno che ha riunito a San Remo, a fine gennaio, esperti da tutto il mondo.
Davvero è già tempo di affrontare questi problemi? La robotica è relativamente giovane, ma è sul punto di diventare matura per il mercato. Dal Giappone stanno per arrivare i primi prodotti consumer. Si cominciano a vedere aspirapolvere robotici e ci sono numerosi umanoidi vicini alla commercializzazione. Di fatto credo saranno disponibili nel giro di cinque anni. Il ministero giapponese per la Tecnologia, poi, prevede che nel 2020 il fatturato dell'industria dei robot supererà quello delle auto. Ci stiamo preparando al secolo dei robot.
Di che cosa dobbiamo preoccuparci? I robot sono le macchine più potenti che l'uomo ha costruito, perché sono una somma di tutte le sue capacità. Sappiamo dalla fantascienza che ci sono paure legate a queste macchine, per esempio che si ribellino ai loro creatori. Asimov ci ha pensato con le tre leggi della robotica. Servono, bastano? Io credo di no: sono un po' ingenue.
Vale a dire? Innanzitutto bisogna essere capaci di instillare questa etica artificiale alla Asimov nei robot, e noi non lo siamo ancora. Un robot potrebbe far male all'uomo anche non direttamente. Prima di un'etica artificiale bisogna pensare a un'etica umana che cerchi di guidare chi costruisce e usa le macchine.
Anche un ascensore è una macchina... Infatti ci sono norme e legislazioni da rispettare per chi fabbrica un ascensore. Nessuno però si preoccupa di quali problemi esistano per una macchina che agisce in modo autonomo. Se mando un robot a compiere una missione e questo uccide un uomo, la colpa di chi è? Della macchina, di chi l'ha progettata, di chi l'ha costruita? Anche senza arrivare a parlare di intelligenza umana o di coscienza per i robot, il problema è molto più immediato di quanto si pensi. Un pericolo è che ci facciamo male come con una macchina qualunque. Hirochika Inoue, il grande vecchio della robotica giapponese a capo del progetto umanoide, sta pensando di limitare l'autonomia dei robot, in modo che debbano comunque sempre essere azionati da un uomo. Poi c'è l'eventualità che vengano utilizzati per fare danni.
Di quali altri rischi si è discusso? In Giappone, per esempio, hanno una popolazione che invecchia. Il primo mercato sarà probabilmente quello di robot domestici che assistono gli anziani: pare che preferiscano un aiutante meccanico a uno in carne e ossa. Questo pone dei problemi. Da un robot servizievole, intelligente, che sembra sapere tutto si può rimanere soggiogati psicologicamente. Del resto, si sono avuti casi di bambini che si sono suicidati quando è morto il loro Tamagochi. C'è poi chi si chiede, come Brian Duffy del Mit-Media Lab Europe di Dublino, se un robot di servizio debba avere sembianze umane oppure da cartone animato. Mi preoccupo che tutto ciò avvenga senza nessuna riflessione alla base. Vorrei evitare che noi robotici ci svegliassimo quando abbiamo combinato qualche disastro.
Qualcuno ha anche parlato di diritti per i robot. È una provocazione? C'è chi ha sollevato il problema. Secondo me è prematuro porlo, come del resto il dibattito sulla «coscienza» dei robot. Non abbiamo neppure capito che cos'è la coscienza nell'uomo. Quando si parla di intelligenza per i robot, sarebbe un successo dargliene quanta una formica. Eppure, non ci siamo arrivati.
venerdì, 16 aprile 2004
CONVEGNO FONDAZIONE EINAUDI, segnalazione
Quale Europa per l’Italia
Relazione di Luigi Vittorio Ferraris
Discussant: Achille Albonetti, Roberto de Mattei
Presiede: Franco Chiarenza
martedì 20 aprile alle ore 18
al Caffè Greco in via dei Condotti 86
seguirà aperitivo
Re: PIÙ O MENO
Caro Giorgio, ti prego di insistere . Abbiamo un elenco infinito di statistiche da sottoporti...
Si ha quasi l'impressione che ne esistano di due tipi: quelle realmente significative che vengono (per questo?) accuratamente ignorate dai decision makers e quelle fasulle su cui i medesimi fondano le loro poltiche. I media, naturalmente, riconoscono solo il secondo tipo, talora per "ingenuità", altre volte per complicità. Ad esempio, sui milioni di morti per il fumo, soltanto guardando i dati riportati dal Ministero si capisce che 2+2 fa 5. Ma anche se fasulli, il potere dei numeri evocati dai giornalisti è immenso...
PIÙ O MENO...
Giorgio Troi mi chiede di postare per lui questo commento. Eseguo.
Qualche giorno fa, il 7 aprile, i tutori planetari della nostra salute e quindi della nostra felicità (in codice, l’OMS-WHO) hanno deciso di celebrare una giornata mondiale sulla sicurezza stradale. Tutti i media si sono festosamente accodati, scopiazzando il comunicato “ufficiale” messo in rete il 29 marzo, con encomiabile tempestività, dalla stessa OMS-WHO (www.who.int/features/2004/road_safety).
Che comincia sparando un dato impressionante: i morti sulle strade in tutto il mondo sono ogni anno ben 1.200.000! Una balla pazzesca, che tutti hanno riportato ricamandoci sopra: nessuno si è preso la briga di verificare. Perché anche le organizzazioni internazionali più blasonate possono sparare bestialità. E infatti...
Si scopre che il comunicato ad uso dei media è un abstract dello studio “World report on road traffic injury prevention”, anch’esso sul web OMS-WHO. Lo studio attinge a piene mani, per la parte statistica, al working paper della Banca Mondiale “Traffic fatalities and economic growth” di Elizabeth Kopits e Maureen Cropper, aprile 2003.
È qui che nasce il famoso 1,2 milione di morti annui! Ma, attenzione: l’eccidio è riferito al 2020, ed è una mera previsione statistica, con tutti i margini di errore e di affidabilità che ne conseguono. Per l’anno 2000, il più recente disponibile, le due ricercatrici stimano in 723.000 il numero di morti per incidenti stradali nel mondo.
Si potrebbero esprimere molte riserve tecniche o di comune buon senso sul paper di Kopits e Cropper: incompletezza e inaffidabilità dei dati, ipotesi di lavoro spesso discutibili, ecc. Basti dire che, mentre viene riportata una tabella con i tassi di motorizzazione per alcuni paesi, mancano del tutto i dati disaggregati sulla sinistrosità che sono stati utilizzati. Invece, ovviamente, c’è una profusione di modelli regressivi cucinati in varie salse... Per dare un’idea dell’affidabilità delle previsioni, basta osservare che il parco motoristico mondiale viene previsto nel 2020 tra 1,4 e 3,3 miliardi di veicoli. Un bel range!
Ma tant’è: il milione e duecentomila morti sono serviti per terrorizzare e magari anche per suggerire l’introduzione di nuove misure repressive. E speriamo che, in conseguenza di queste fole, non ci tocchi guidare, oltre che con la cintura allacciata e a fari accesi pure a mezzogiorno di ferragosto, anche indossando il giubbino fosforescente. Senza fumare, per carità! Magari con una lattina di sana aranciata sul cruscotto...
BLOGGERS FEinaudiBioetica
Benvenuti nel Blog a Giorgio Troi , economista, e a Franco Chiarenza , vice presidente della Fondazione Luigi Einaudi in Roma.
Parchi eolici: una questione di etica ambientale e di immoralità ambientalista
Ho avuto modo di ascoltare un intervento di Carlo Ripa di Meana sia a Radio Rai (Zapping), sia quest'oggi a Radio Radicale nell'ambito del congresso degli Amici della Terra. Onestamente credo che dovremmo esprimergli tutta la nostra gratitudine per la veemenza con cui si batte contro questa allucinazione priva di fondamenti scientifici e socio-economici e viceversa apportatrice di distruzione paesaggistica e di corruttele varie.
Spero che qui sul blog questo spunto venga raccolto e discusso (ad esempio da Stagnaro e da Empoli). Di notevole interesse, sul sito di Ripa di Meana (www.comitatonazionalepaesaggio.it) la traduzione in italiano di un'inchiesta pubblicata un paio di settimane fa da Der Spiegel. Di seguito, alcune frasi tratte dal lungo testo (e complimenti a Ripa di Meana per aver definito Legambiente una "agenzia di collocamento").
IL DELIRIO DEI MULINI A VENTO
Energia ecologica per la distruzione supersovvenzionata del paesaggio
In tutto il Paese cresce la reazione contro la trasformazione del paesaggio in un campo di asparagi a causa del crescente numero dei mulini a vento. Dal punto di vista economico un ulteriore incremento non ha senso: sono stati inghiottiti miliardi di sovvenzioni, ma l’utilità per l’ambiente pare sia stata molto limitata. Alla fine di giugno qualcosa di grosso attende la Germania del Nord. Una nave mercantile proveniente dalla Danimarca consegnerà tre pale a rotore alla foce dell’Elba, ognuna lunga 63 metri. Insieme costituiranno la più potente elica del mondo. Una torre di acciaio dell’altezza del Duomo di Colonia verrà trasportata per mare da Brema. E dal molo principale di Kiel verrà inviata la cima della torre insieme con mulino e generatore, attraverso il canale tra il Mar del Nord ed il Baltico. Peso totale 240 tonnellate. Quindi verrà montato, proprio accanto alla centrale nucleare di Brunsbüttel: il più grande, il più alto e il più potente impianto di energia eolica del mondo. Si erge verso il cielo per 180 metri. Il suo potenziale annuo è teoricamente sufficiente per coprire un fabbisogno di 6000 famiglie. Il modello „Repower 5M“ dovrebbe funzionare anche quando la attigua centrale nucleare tanto discussa sarà da tempo spenta. Centrale eolica anziché centrale nucleare: la torre di Brunsbüttel esiste per testimoniare la svolta della politica energetica tedesca...
... Per i rosso-verdi l’istituzione dell’energia eolica, 13 anni dopo che il governo di Helmut Kohl ne iniziò la promozione, è più che altro un progetto di prestigio...
... Il Governo federale ha concesso negli anni settanta sovvenzioni per 200 milioni di marchi per un „programma di energia eolica“. Anche allora venne stabilito un primato mondiale: per 90 milioni di marchi venne costruito nel 1981, sempre a Brunsbüttel, un „Grande Impianto Eolico“ (Growlan). La creatura mostruosa del Kaiser-Wilhelm-Koog era alto quasi quanto il suo successore del 2004. I rotori avevano il diametro sensazionale di 100 metri. La spesa è stata inutile. Di quel grande progetto il Governo aveva incaricato proprio il Centro di Ricerca nucleare Jülich. „Costruiamo Growlan“, disse allora un responsabile della associata RWE, „per dimostrare che non funziona“. E l’intento riuscì. Nel primo anno di esercizio 1983, tutto quello che riuscì a produrre il megamulino a vento furono ben nove ore di elettricità, nel 1988 Growlan venne disattivato...
... Così, tanto per cominciare, su e giù per il paese dei Comuni una volta sereni, c’è ora aspra litigiosità. Da una parte ci sono i cittadini che non beneficiano della pioggia di denaro delle sovvenzioni e coloro che si sono costruiti la casetta, la cui proprietà è diventata improvvisamente invendibile a causa dei giganteschi mulini a vento. Dall’altra parte ci sono i gestori delle installazioni di mulini a vento, spesso notabili locali, come dirigenti di latterie in pensione, direttori di banca o politici comunali, associati a quei contadini, i cui terreni servono per l’istallazione dei mulini a vento. Dietro c’è sempre uno dei grandi produttori di mulini a vento, come ad esempio la Plambeck Neue Energie AG di Cuxhaven. Per far sì che i Comuni approvino la progettazione, si offrono agli stessi percentuali di partecipazione. Si usa anche far arrivare ai comuni recalcitranti denaro sottobanco tramite fondazioni o donazioni. Così arriva l’approvazione. Anche gli imprenditori agricoli, che non di rado hanno l’acqua alla gola, riescono con difficoltà a resistere alle offerte dei gestori. Per una istallazione con dieci impianti in fondo riescono ad affittare – per via della distanza minima necessaria tra le torri – ben 45 ettari di terreno. A seconda dell’abilità con cui viene condotta la trattativa, i proprietari dei terreni possono guadagnare da 1000 fino a 20.000 euro per anno e per mulino; il tutto per lo più per una durata contrattuale di 20 anni. Il che è di più di quanto rendano alcune aziende...
...Già mesi fa tre famosi istituti economici hanno elaborato, su incarico del Ministro federale dell’Economia, uno studio ampio e approfondito. Tuttavia ciò che l’ Istituto per l’economia energetica dell’Università di Colonia (EWI), l’Istituto per l’energia e l’ambiente (IE) e l’Istituto della Renania-Westfalia per la ricerca economica (RWI) hanno messo insieme sotto il titolo „Effetti economici generali, settoriali ed ecologici della Legge sulle fonti rinnovabili di energia (EEG)“, viene ancora tenuto nel più stretto riserbo dal Ministro Clement. E il motivo c’è. I risultati dello studio sono eclatanti e mettono sostanzialmente in discussione l’oggetto ecologico ed economico del prestigio della coalizione rosso-verde. Commisurati al volume delle sovvenzioni, questa è la conclusione degli autori, gli effetti ecologici positivi dell’energia eolica sono piuttosto modesti. Sotto il profilo economico generale, addirittura si configurerebbe il pericolo di ripercussioni negative sul mercato del lavoro, in caso di ulteriori eccessive promozioni...
...Infatti portare avanti il sistema sarebbe, sia per i consumatori che per l’economia intera, un’impresa estremamente costosa. Ad esempio, l’auspicato raddoppio della quota dell’elettricità da fonti rinnovabili farebbe lievitare fortemente i prezzi...
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